Il medico non è uno scienziato ma deve applicare l’evidenza scientifica, non è un artista ma deve applicare la scienza con arte, non è un confessore ma deve raccogliere le confidenze del paziente, non è un amministratore ma deve occuparsi delle pratiche burocratiche, non è un ragioniere ma deve occuparsi della spesa sanitaria, non è un avvocato ma è tenuto alla osservanza giurisprudenziale, non è un giornalista ma deve avere attenzione mediatica.
Riflessione di Rosario Brischetto nel libro “La cura migliore”
Il medico è artigiano o ingranaggio?
Nell’antica grecia, in età arcaica, l’artigiano era chiamato demiurgo, parola composta da δήμιος = del popolo e ἔργον = lavoro. La traduzione più semplice e letterale sarebbe “lavoratore pubblico”, per noi però il lavoratore pubblico è il dipendente statale che consideriamo l’esatto opposto dell’artigiano. Nella società dell’antica grecia il demiurgo non era un aristocratico e non era nemmeno uno schiavo ma era un lavoratore specializzato che si adoperava per il bene della comunità producendo qualità e non quantità.
Claudio Rugarli definisce la clinica medica come “l’arte di comprendere, in un diretto contatto con i malati, che cosa avviene nel loro corpo (diagnosi), prevedere quello che ciò comporterà per il futuro (prognosi) e mettere in atto misure per combattere la malattia (terapia). “
Si parla di arte proprio nel senso di artigianato ovvero esercitare la propria attività con scienza tecnica, creatività ed immaginazione. (La definizione di artigiano della Treccani è: “Chi esercita un’attività (anche artistica) per la produzione (o anche riparazione) di beni, tramite il lavoro manuale proprio e di un numero limitato di lavoranti, senza lavorazione in serie, svolta generalmente in una bottega“).
- Viktor Frankl scriveva: “essere uomo vuol dire rivolgersi verso qualcosa che sta oltre se stesso… Solo nella misura in cui l’uomo si trascende realizza se stesso… Egli diventa se stesso quando si proietta oltre se stesso e, facendo ciò, si dimentica.”
Il riferimento alla figura del demiurgo dell’antica Grecia mette in risalto un altro aspetto fondamentale: il singolo lavoratore ha bisogno della comunità ma anche la comunità necessità del singolo. Se l’uomo trova il significato del suo lavoro nel compito per il bene della comunità, allora anche la comunità trova la sua identità nel lavoro dei suoi singoli componenti. Se viene a mancare questo riconoscimento reciproco sia la comunità sia il singolo lavoratore perdono il loro significato, perdono la loro dignità.
Nel 1992 il governo Amato con il ministro della sanità Francesco De Lorenzo attuava il decreto legislativo. n. 502 il cui articolo 1 introduceva per il SSN una rivoluzionaria novità rispetto all’impostazione del 1978, ovvero si disponeva che i livelli di assistenza sanitaria fossero indicati dal Piano sanitario nazionale sulla base di dati epidemiologici e clinici, rapportati al volume delle risorse a disposizione. Da qui in poi si è ufficialmente imposto una nuovo modo di concepire la sanità pubblica che diventa un servizio erogabile in base alle disponibilità finanziarie del momento. La conseguenza più drammatica di questa nuova impostazione non è la legittimazione a tagliare i fondi statali ma è in realtà l’introduzione di un nuovo prioritario obiettivo per il personale sanitario ovvero garantire prestazioni e contenere le spese.
Un’azione è efficace quando raggiunge l’obiettivo prefissato, è efficiente quando raggiunge l’obiettivo con il minor consumo di risorse possibile. Ad oggi la grande virtù richiesta (e troppe volte anche imposta) al medico sembra essere proprio l’efficienza.
Il medico nell’attuale sistema sanitario perde la sensazione di essere un soggetto individuale, libero di pensare e immaginare il proprio lavoro, ma si sente solo un piccolo ingranaggio che con il suo moto quotidiano automatizzato permette al sistema sanitario di scorrere avanti, per cui alla fine non è il medico a muoversi ma è il sistema.
Il medico-ingranaggio è paradossalmente paralizzato in un moto perpetuo privo di significato tanto da essere addirittura spaventato da tutto ciò che è al di fuori del sistema finanche a convincersi lui stesso della convenienza del farsi ingranaggio, come un meccanismo di difesa.
Il medico-ingranaggio, non avendo più un significato, diventa inevitabilmente scettico e diffidente verso il suo stesso mestiere e di conseguenza diventa molto più prudente, timoroso e debole. Ancora più pericoloso è che in assenza di un significato, è perso anche il traguardo da raggiungere, il medico non sa più effettivamente ciò che vuole, qual è il suo scopo, qual’è il bene che può portare alla comunità. E questo lo rende ancora più vulnerabile e disposto a fare tutto ciò che gli altri gli chiedono di fare.
Il medico che si rifugia nel “sistema“, che perde il suo compito, che perde il suo significato e la sua dignità perde inevitabilmente anche la sua responsabilità (la medicina difensiva costa 11 miliardi all’anno).
Giorgio Bordin scrive: “Oggi siamo paralizzati in una medicina difensiva dalla paura della ritorsione e fondamentalmente siamo disinteressati al bene del nostro malato. Così stiamo indietro non solo dall’azzardo operativo ma anche dall’uso del nostro cervello, dall’implicazione del nostro io, del nostro coraggio e del nostro valore, e i primi a perderci siamo noi.“
Detto questo, è facile comprendere il fenomeno sempre più diffuso e preoccupante del burn-out e della conseguente grande ondata di fuga dalla sanità, se il medico perde il significato del suo lavoro, perde la sua dignità e la sua responsabilità allora non riesce nemmeno a sentire più la sua unicità, quel qualcosa che lo rende insostituibile.
Victor Frank scriveva: Essa [l’arte medica] offre a colui che la esercita continue occasioni per realizzare la propria personale singolarità. Infatti è quella parte del lavoro medico che supera l’ambito prettamente tecnico, la parte cioè personale, a dare significato al lavoro terapeutico e renderlo insostituibile.
Come ritrovare il significato della professione medica?
Oggi è diffusa l’opinione che studiare il metodo clinico sia sostanzialmente superfluo perché i progressi della medicina sono stati tali da chiarire la diagnosi con la forza delle indagini strumentali e di laboratorio, e che gli esercizi logici andavano bene al tempo del famoso Augusto Murri, grande clinico di inizio novecento… Come si pongono le domande è il campo del metodo clinico. Cluadio Rugarli
- Clinica, dal greco κλινική (τέχνη), l’arte di curare il malato (colui che sta a letto).
- Metodo, dal greco μέϑοδος, μετα = attraverso e ὁδός = via, cammino.
La medicina odierna si sta riempiendo sempre di più di linee guida, note AIFA, decreti regionali sull’appropriatezza prescrittiva, con la sensazione di avere di fronte dei modelli di lavoro sempre più astratti e impersonali.
Ammiriamo e ricerchiamo sempre di più la medicina personalizzata, la cura sartoriale, cucita sul paziente perché ogni paziente è unico e originale ma al tempo stesso ci si impegna per un’attività clinica standardizzata, misurata in numero di prestazioni erogate, in quantità di accessi giornalieri, in quantità di interventi eseguiti in un anno, in quantità di confezioni di farmaci prescritti ogni mese.
L’arte medica non è solo un fare meccanicamente ma è anche e soprattutto un essere noi stessi. E’ importante che l’azione dia ragione del significato e che il significato permetta l’azione. Nel sistema attuale purtroppo il valore del medico è misurato solo nel fare, così l’azione schiaccia il significato, la misura dell’efficienza dissolve la dignità dell’essere.
Si pretende di (ri)dare umanità al malato togliendola al curante.
Per poter cucire un abito su misura c’è bisogno che il sarto possa mettersi all’opera con creatività e immaginazione per poter dare originalità all’abito e nuovo valore alla persona che lo indossa, ricercando quello che l’epistemologia definisce il momento euristico dell’artigiano, ovvero il momento della scoperta, dell’immaginazione, della creatività, del sorgere sorprendente di un’idea incerta che costituisce una nuova ipotesi di lavoro, il famoso Eureka! di Archimede.
C’è bisogno di un’analisi esistenziale della professione medica che si può tradurre in ricerca del metodo clinico. Rifocalizzare l’attenzione sulla natura del nostro mestiere per impedire che la crisi del sistema sanitario diventi la crisi del medico. Questo sia per il bene del paziente perché impedisce la riduzione del malato alla sua malattia, sia per il bene dello stesso professionista che può (ri)dare significato e dignità al proprio lavoro.