Cogito ergo soffro

Giorgio Nardone, 2011

  • … Se analizziamo la vicenda nel dettaglio, vedremo con chiarezza come l’esigenza di rispondere in modo logicamente certo a un’interrogativo irriducibile al solo ragionamento… può portare a conclusioni totalmente fallimentari, pur attraverso un percorso logico apparentemente ineccepibile.
  • … Non possono esistere risposte corrette a domande scorrette, e che l’apparente insolubilità di un problema deriva dalla scorrettezza della domanda, piuttosto che da quella della risposta.
  • … A tutto ciò si aggiunge anche la moderna trappola paradossale dell’informazione: quanto più sappiamo, tanto più la realtà diventa articolata; quante più possibilità di scelta abbiamo, tanto più aumentano i dubbi sulla scelta migliore… L’accesso a un numero sempre crescente di informazioni, grazie alle moderne tecnologie introduce l’individuo in una complessità che spesso non riesce a gestire. Come ben sanno i logici, l’eccesso di informazione azzera la conoscenza…
  • … Prima di sforzarsi di cercare le risposte, si deve valutare la correttezza delle domande
  • … L’evoluzione di una famiglia e di una società verso modelli sempre più iperprotettiva crea individui incapaci di assumersi responsabilità e pertanto indecisi e insicuri di fronte a scelte critiche.

Come ragiona un medico?

“Diagnosticare significa riconoscere e riconoscere non è possibile se prima non si conosce, se non si conoscono le leggi che presiedono al mutevole configurarsi e intrecciarsi di condizioni singole che conducono a stati patologici. Ed è qui nell’immaginare questi intrecci che si esercita la genialità e la creatività del clinico.” Dario Antiseri, in teoria unificata del metodo 1981.

Come si fa il medico?

Nel 2017 ero un inesperto medico appena laureato e mi domandavo quotidianamente “come si fa il medico?

L’università mi aveva caricato di un enorme bagaglio di conoscenza che però non sapevo ancora come poter utilizzare concretamente.

Continuo ancora oggi a farmi la stessa domanda ma ora non ho piu l’ossessione di ottenere una risposta.

Scrive Vito Cagli, sintetizzando il pensiero di Antiseri e Peirce, nel suo libro “Come si ragiona in medicina”: il medico osserva ogni volta di fronte ad un malato un fatto sorprendente“, un problema posto da un paziente che richiede una spiegazione e soprattutto una soluzione.

Il medico è chiamato per ascoltare, interpretare, immaginare, ipotizzare e proporre una soluzione.

“Chi non sa far ipotesi, non sa cercare la verità. Più se ne immaginano e meno si corre il rischio di lasciare inconsiderata l’ipotesi giusta“. Augusto Murri

Cosa immaginare?

“La malattia è il marker ontologico fondamentale per contrassegnare la condizione dell’uomo sulla terra.” Ivan Cavicchi in La scienza impareggiabile

Se la medicina è una scienza applicata, l’applicazione necessita inevitabilmente di un fine ben chiaro da raggiungere ed è proprio in base al fine scelto che si studiano e si stabiliscono le regole idonee al suo raggiungimento. Ma qual’è il fine della medicina?

Partiamo dalle definizione di salute.

La definizione data nel 1946 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è: “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità”

La salute è assenza di malattia? Benessere è il contrario di malessere non di malattia. Ci può essere quindi salute anche in presenza di malattia?

Scrive Giorgio Bordin: “La definizione dell’OMS ha posto un obiettivo irrealistico in capo ai sistemi sanitari, un traguardo assoluto e irraggiungibile. Se stessimo alla definizione dell’OMS, ognuno di noi si scoprirebbe malato per la maggior parte dei momenti della propria vita. L’estendere la dimensione del concetto di salute oltre l’idea positivista di malattia come evento confinato al dominio biologico, non ha saputo correggere lo stesso ottimismo di stampo positivo per il quale il progresso avrebbe in sé la capacità di portare alla soluzione dei problemi dell’uomo, ripetendo la stessa illusione o menzogna dalla quale si voleva fuggire.”

Un altro modo di vedere la salute lo scrive Jacques Monod: “Un vivente è un oggetto con un progetto, la salute in generale è l’idoneità del corpo a svolgere il progetto della specie umana e la malattia è la perdita temporanea o definitiva di questa idoneità”

Si potrebbe vedere quindi la salute non come completo benessere, ma come capacità di adattamento e di gestione delle proprie condizioni.

Giorgio Bordin scrive: “La malattia è una sorgente di sofferenza che genera uno stato di bisogno.” (paziente deriva dal latino patiens, participio passato di pati «soffrire»).

Ancora più affascinate la riflessione di Viktor Frankl: Ogni patologia ha bisogno di una diagnosi, cioè di un guardare attraverso, di uno scorgere il logos che sta dietro il pathos, per poter individuare il significato di ogni sofferenza... il vero significato della malattia non consiste nel fatto che si soffre, ma nel come si soffre. Si tratta dunque ogni volta di dare anzitutto questo significato alla malattia.

Diagnosi deriva dal greco διάγνωσις, dal verbo διαγιγνώσκεινδιά + γιγνώσκειν, conoscere attraverso, riconoscere, ma riconoscere che cosa?

Il compito del medico è curare il malato e non la malattia e per realizzare questo compito è dunque inevitabile classificare i malati dando un nome alle malattie, tenendo sempre presente che le malattie non esistono ma esistono sicuramente i malati.

La malattia, che si presenta come un esperienza soggettiva del paziente, durante la visita medica viene obiettivata e diventa un riscontro oggettivo del medico.

  • Nosologia, dal greco νόσος = malattia, scienza che si occupa della classificazione sistematica delle malattie.

In inglese si dice disease per intendere la malattia come classificazione nosologica mentre si dice illness per indicare l’esperienza di malattia vissuta da un particolare individuo. La illness viene presentata dal paziente che lamenta “qualcosa che non va” nel proprio corpo o nella propria funzionalità. La disease invece viene presentata dal medico che dà un nome a quel “qualcosa che non va” e lo inserisce in una classificazione nosologica con lo scopo di poter fare una prognosi e poter attuare una terapia.

Come immaginare?

Una volta compreso che la malattia non è una realtà ontologica ma una realtà epistemologica, allora la ricerca del metodo clinico diventa ancora più affascinante. Il processo diagnostico non consiste semplicemente in osservare e descrivere ma richiede la capacità di convertire segni e sintomi in una classe nosologica ideale.

Il primo problema fondamentale è dunque raccogliere i fatti ma soprattuto scegliere quelli utili per la diagnosi.

“I sintomi non si contano, si pesano”. Cesare Frugoni

I medici di una volta non disponendo della tecnologia attuale erano obbligati a ragionare esclusivamente su anamnesi e esame obiettivo. Oggi non è così, le già non poche informazioni che arrivano dall’anamnesi e dall’esame obiettivo ci spingono verso esami strumentali che ci forniscono referti anch’essi da interpretare, generando nuove ipotesi e nuovi dubbi che poi spingono verso ulteriori indagini fino a che ci si trova disorientati finché il pensiero sembra svanire diluendosi in un eccesso di informazioni.

  • Anamnesi dal greco ἀνάμνησις, dal verbo ἀναμιμνήσκω «ricordare», raccogliere l’anamnesi significa letteralmente raccogliere i ricordi del paziente.
  • Semeiotica, dal greco antico σημεῖον “segno”, riconoscere attraverso i segni e sintomi il normale, il fisiologico e il patologico dell’individuo. 

Si distinguono il segno come reperto oggettivo rilevabile dal medico e il sintomo, dal greco συμπίπτω «accadere, capitare», il sintomo è letteralmente “ciò che è successo”. [Per comodità o per pigrizia, con l’espressione “segni clinici” si fa riferimento a segni e sintomi del paziente. Rugarli propone il termine indicatori clinici per riferirsi in modo più appropriato ad entrambi].

Condizione fondamentale per la semeiotica medica è che il segno indichi un significato. Sembra una cosa scontata ma nella quotidianità capita di perdere di vista questa presupposto e fermarsi al segno senza riconoscerne il significato. Dobbiamo ricordarci sempre che la realtà ha un significato e quindi il segno indica un significato che si può cogliere con la personale interpretazione.

Mi permetto di continuare la mia riflessione utilizzando una emblematica scena del film Tre uomini e una gamba.

In questa scena vediamo due personaggi che giungono esattamente alla stessa conclusione ma in modo totalmente diverso. Da un lato abbiamo un professorone già a priori sospettoso e diffidente, che pretende di eliminare le interferenze del paziente e dei parenti, lo vediamo “arroccato” nel suo camice con il fonendoscopio che fa da scudo sul petto e apparentemente in difficoltà nel suo iter diagnostico-terapeutico. Dall’altro lato vediamo Aldo, sicuro di sè, che padroneggia il suo metodo clinico e con estrema facilità visita il paziente, fa un esame obiettivo e indovina la diagnosi, riconosce la sofferenza del paziente, la classifica come colica renale e stabilisce l’adeguata terapia.

Sembra molto semplice: vedo un segno, ne riconosco il significato e quindi ho fatto diagnosi. Purtroppo i segni non sono quasi mai univoci, ogni segno può avere più di un significato e l’interpretazione difficilmente può essere certa, di conseguenza dobbiamo noi scegliere il significato che più si avvicina al vero e siamo costretti a scommettere sul significato che ci appare come il più ragionevole e plausibile.

Il momento più esilarante e significativo è quando Aldo afferma: “se premo qui fa male, non è che può essere una tracheite”.

Sia Aldo che il professorone usano gli stessi strumenti di ragionamento (abduzione, induzione, deduzione). La differenza tra i due sta in una diversa valutazione dell’affidabilità degli indicatori diagnostici. Aldo è sicuro della diagnosi di colica renale perché identifica il sintomo del paziente come patognomonico di quella malattia, ignorando però la sua validità data da sensibilità, specificità e valore predittivo che il medico invece conosce e sa di dover tenere in considerazione, cosa che lo rende di conseguenza più prudente nella scommessa diagnostica.

  • Patognomonico, dal greco πάϑος, «malattia» e γιγνώσκω, «conoscere», si riferisce a segni o sintomi che identificano in modo univoco una malattia, cioè quel segno o sintomo può essere presente solo in quella malattia e non in altre. Purtroppo nella pratica clinica c’è ben poco di patognomonico.

Come ragiona il cervello di un clinico?

Se una persona ha una malattia allora deve presentare anche certi segni e sintomi. Questa è una deduzione (dal latino de-ducere = condurre da) che muove il ragionamento da una regola generale, accettata per vera, concludendo che sono vere anche le conseguenze che ne comporta. La deduzione va dal generale al particolare ed è sempre vera purché sia vera la regola che ne è alla base.

Per esempio, partendo da una molto esemplificativa regola generale “chi ha il covid ha la febbre”, se mi si presenta il caso clinico di Aristotele con la febbre, posso dedurre che Aristotele ha il covid.

Il ragionamento deduttivo non aggiunge nulla di nuovo, la conoscenza è applicata ma non prodotta, preesiste e non scopre nulla di nuovo, ma è comunque molto utile soprattuto per escludere ipotesi, perché se manca un indicatore della malattia ipotizzata allora questa va esclusa dalle possibilità.

Di ogni test bisogna chiedersi cosa ci vuole dire, qual è la sua validità o a quale domanda risponde. Infatti, una stessa risposta può soddisfare più domande e il ragionamento è detto anche retro deduttivo proprio perché il suo scopo è quello di risalire alla domanda partendo dalla risposta.

L’induzione (dal latino in ducere = condurre dentro), parte da premesse particolari per arrivare a una conclusione più ampia e generalizzata. Osservando un fenomeno ripetersi molte volte con le stesse caratteristiche, si può formulare una legge generale che descrive il fenomeno.

Per esempio, di fronte al caso clinico di Aristotele con la febbre, provo a fare dei test tra cui un tampone faringeo per la ricerca di Sars-Cov2 e risulta positivo, allora posso “azzardare” la regola generale che tutti quelli che hanno il Covid manifestano la febbre

Il problema dell’induzione è che per quanto io possa fare esperienza del fenomeno non potrò mai osservarlo in tutte le sue ricorrenze. Per quanti pazienti io possa visitare nella mia vita, la regola generale dell’induzione non potrà mai essere verificata in modo definitivo ma potrà essere facilmente falsificata da un singolo riscontro.

Diceva Albert Einstein: “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione ma un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.”

Nel momento in cui mi troverò di fronte a una persona con la febbre ma negativa al covid, ecco che la mia regola generale verrà falsificata.

Il principio di falsificazione di Karl Popper sostiene che l’inconfutabilità di una teoria non è un pregio bensì un difetto e una teoria per poter essere considerata scientifica deve aprirsi alla sua possibile confutazione. Il ragionamento logico scientifico non accetta sicuramente conclusioni false ma accetta le conclusioni “impossibili”, per cui una teoria scientifica vera può essere confutata.

Con l’induzione si ottiene dunque una verità possibile e soprattutto probabile e per questo si fanno gli studi clinici che permettono con metodo scientifico di arrivare a correlazioni statisticamente significative ovvero utili nella pratica medica.

Scrive Claudio Rugarli: “Affermare che la deduzione va dal generale al particolare e l’induzione va dal particolare al generale è un approssimazione che non tiene conto della soggettività di chi definisce il generale e il particolare. Mi sembra più appropriato dire che si ha deduzione quando la conclusione è inclusa nell’ipotesi e si ha induzione quando la conclusione necessità di un intervento della mente umana.”

L’abduzione (dal latino = “condurre verso”), detta anche retro-deduzione, identificata inizialmente da Aristotele (ἀπαγωγή), è stata introdotta nella semiotica moderna da Charles Sanders Pears. L’abduzione è un ragionamento che parte dal particolare e ritorna al particolare passando per la regola generale. Abbiamo già visto che sia per la deduzione che per l’induzione, la definizione basata su particolare e generale non è soddisfacente ed è così anche per l’abduzione che si distingue invece per la sua peculiare capacità di valutazione del contesto clinico.

Per esempio, di fronte al caso clinico di Aristotele con la febbre, mi trovo in grossa difficoltà perché so che la febbre può essere segno di innumerevoli malattie però nel caso specifico grazie all’anamnesi vengo a sapere che Aristotele è stato fino a tre giorni fa nel paese di Covidlandia in cui è in corso una epidemia di covid, a questo punto, conoscendo la regola generale il covid può comportare febbre e assumendo che Aristotele avrà frequentato con grandissima probabilità qualcuno di Covidlandia affetto da covid, posso abdurre che la febbre di Aristotele sia causata dal Sars-cov2.

Con l’abduzione diventa fondamentale la cosiddetta logica bayesiana ovvero non si può non tener conto della probabilità a priori per interpretare il significato di un indicatore diagnostico, se la probabilità a priori è bassa anche la positività di un indicatore è poco significativa, viceversa se la probabilità a priori è alta allora quell’indicatore avrà un enorme significato. Nel caso di Aristotele, la febbre diventa suggestiva di COVID solo perché c’è una probabilità pre-test molto alta, visto il contatto a rischio.

L’abduzione è un azzardo, una scommessa iniziale fondamentale per iniziare l’iter diagnostico, intrecciandosi poi con i ragionamenti deduttivi e induttivi fino ad arrivare a confermare o falsificare l’ipotesi abdotta.

Per fare il medico dunque non basta conoscere le malattie, studiare la nosologia, ma è fondamentale comprendere e soprattutto accettare come noi possiamo interpretare la realtà e con quali strumenti.

Come utilizzare un test diagnostico?

La validità di un test è il grado con cui quel test misura con accuratezza ciò che si prefigge di misurare. Quanto il test è in grado di rappresentare tutte le sfaccettature della problematica che vuole indagare? C’è corrispondenza tra il piano della ricerca e la teoria di riferimento? La misura che faccio con il mio test si comporta davvero come la teoria mi dice che dovrebbe fare? I risultati del mio esperimento supportano la teoria che ha preteso di verificare? Non è che penso di misurare una cosa invece ne sto misurando un’altra?

La validità interna di un test è la capacità di ottenere risultati esatti nei soggetti del campione utilizzato per realizzare lo studio, viene detta interna in quanto si applica al particolare gruppo di individui studiati e non ad altri. La validità interna rappresenta una condizione necessaria, ma non sufficiente perché uno studio sia utile nella pratica clinica.

La validità interna è descritta dai parametri di sensibilità e specificità. La specificità è la capacità di un test di rilevare i soggetti sani ovvero la probabilità che un soggetto sano risulti negativo nel test. Un test molto specifico è utile quando positivo perchè permette di confermare la malattia. La sensibilità è la capacità di un test di individuare i soggetti malati ovvero la probabilità che un soggetto malato risulti positivo al test. Un test molto sensibile è utile quando negativo perchè permette di escludere la malattia.

La validità esterna invece fa riferimento alla possibilità di generalizzare i risultati ottenuti nel campione in esame, alla popolazione dalla quale è stato ottenuto il campione, cioè di estendere le conclusioni tratte dalla ricerca empirica ad ambiti più ampi rispetto a quello in cui la ricerca è stata compiuta. La validità esterna è descritta dal valore predittivo positivo e negativo. Il valore predittivo positivo è la probabilità che un soggetto positivo al test abbia effettivamente quella malattia. Il valore predittivo negativo è la probabilità che un soggetto negativo al test non abbia effettivamente quella malattia. La predittività è direttamente correlata alla prevalenza di una malattia nella popolazione. Se una malattia è molto frequente in una popolazione la predittività positiva del test cresce rispetto ad una popolazione la cui frequenza è inferiore (parallelamente la predittività negativa diminuisce).

Per questo motivo test di alta specificità non vengono impiegati nelle procedure di screening generalizzato, ma solo su campioni di popolazione tali da avere una maggior prevalenza (ad es. presenza di altri sintomi, familiarità, follow up di patologie passate). 

In conclusione riporto una esaustiva riflessione di Claudio Rugarli nel suo libro “Medici a metà”: il metodo clinico è come una partita a scacchi. Nel fare ogni mossa il giocatore deve tenere conto di quelle di risposta dell’antagonista e queste sono solo parzialmente prevedibili tenendo conto delle strategie più comuni e codificate… infatti non sono prevedibili l’inventiva e le capacità di ragionamento del giocatore avversario. Se il gioco degli scacchi fosse un’attività logaritmica vincerebbe sempre il bianco che di regola muove per primo. Il metodo clinico riguarda l’immaginazione e la razionalità del medico… la medicina è un attività euristica… il procedimento euristico non sarebbe tale se non utilizzasse segmenti di pensiero esprimibili con algoritmi. Nel gioco degli scacchi, se non esistessero regole di tattica e strategia per condurre le partite non si vede su che cosa dovrebbero esercitarsi l’immaginazione e il ragionamento dei giocatori.

Perché l’attenzione sul metodo clinico?

Il medico non è uno scienziato ma deve applicare l’evidenza scientifica, non è un artista ma deve applicare la scienza con arte, non è un confessore ma deve raccogliere le confidenze del paziente, non è un amministratore ma deve occuparsi delle pratiche burocratiche, non è un ragioniere ma deve occuparsi della spesa sanitaria, non è un avvocato ma è tenuto alla osservanza giurisprudenziale, non è un giornalista ma deve avere attenzione mediatica.

Riflessione di Rosario Brischetto nel libro “La cura migliore”

Il medico è artigiano o ingranaggio?

Nell’antica grecia, in età arcaica, l’artigiano era chiamato demiurgo, parola composta da δήμιος = del popolo e ἔργον = lavoro. La traduzione più semplice e letterale sarebbe “lavoratore pubblico”, per noi però il lavoratore pubblico è il dipendente statale che consideriamo l’esatto opposto dell’artigiano. Nella società dell’antica grecia il demiurgo non era un aristocratico e non era nemmeno uno schiavo ma era un lavoratore specializzato che si adoperava per il bene della comunità producendo qualità e non quantità.

Claudio Rugarli definisce la clinica medica come “l’arte di comprendere, in un diretto contatto con i malati, che cosa avviene nel loro corpo (diagnosi), prevedere quello che ciò comporterà per il futuro (prognosi) e mettere in atto misure per combattere la malattia (terapia). “

Si parla di arte proprio nel senso di artigianato ovvero esercitare la propria attività con scienza tecnica, creatività ed immaginazione. (La definizione di artigiano della Treccani è: “Chi esercita un’attività (anche artistica) per la produzione (o anche riparazione) di beni, tramite il lavoro manuale proprio e di un numero limitato di lavoranti, senza lavorazione in serie, svolta generalmente in una bottega).

  • Viktor Frankl scriveva: “essere uomo vuol dire rivolgersi verso qualcosa che sta oltre se stessoSolo nella misura in cui l’uomo si trascende realizza se stesso… Egli diventa se stesso quando si proietta oltre se stesso e, facendo ciò, si dimentica.”

Il riferimento alla figura del demiurgo dell’antica Grecia mette in risalto un altro aspetto fondamentale: il singolo lavoratore ha bisogno della comunità ma anche la comunità necessità del singolo. Se l’uomo trova il significato del suo lavoro nel compito per il bene della comunità, allora anche la comunità trova la sua identità nel lavoro dei suoi singoli componenti. Se viene a mancare questo riconoscimento reciproco sia la comunità sia il singolo lavoratore perdono il loro significato, perdono la loro dignità.

Nel 1992 il governo Amato con il ministro della sanità Francesco De Lorenzo attuava il decreto legislativo. n. 502 il cui articolo 1 introduceva per il SSN una rivoluzionaria novità rispetto all’impostazione del 1978, ovvero si disponeva che i livelli di assistenza sanitaria fossero indicati dal Piano sanitario nazionale sulla base di dati epidemiologici e clinici, rapportati al volume delle risorse a disposizione. Da qui in poi si è ufficialmente imposto una nuovo modo di concepire la sanità pubblica che diventa un servizio erogabile in base alle disponibilità finanziarie del momento. La conseguenza più drammatica di questa nuova impostazione non è la legittimazione a tagliare i fondi statali ma è in realtà l’introduzione di un nuovo prioritario obiettivo per il personale sanitario ovvero garantire prestazioni e contenere le spese.

Un’azione è efficace quando raggiunge l’obiettivo prefissato, è efficiente quando raggiunge l’obiettivo con il minor consumo di risorse possibile. Ad oggi la grande virtù richiesta (e troppe volte anche imposta) al medico sembra essere proprio l’efficienza.

Il medico nell’attuale sistema sanitario perde la sensazione di essere un soggetto individuale, libero di pensare e immaginare il proprio lavoro, ma si sente solo un piccolo ingranaggio che con il suo moto quotidiano automatizzato permette al sistema sanitario di scorrere avanti, per cui alla fine non è il medico a muoversi ma è il sistema.

Il medico-ingranaggio è paradossalmente paralizzato in un moto perpetuo privo di significato tanto da essere addirittura spaventato da tutto ciò che è al di fuori del sistema finanche a convincersi lui stesso della convenienza del farsi ingranaggio, come un meccanismo di difesa.

Il medico-ingranaggio, non avendo più un significato, diventa inevitabilmente scettico e diffidente verso il suo stesso mestiere e di conseguenza diventa molto più prudente, timoroso e debole. Ancora più pericoloso è che in assenza di un significato, è perso anche il traguardo da raggiungere, il medico non sa più effettivamente ciò che vuole, qual è il suo scopo, qual’è il bene che può portare alla comunità. E questo lo rende ancora più vulnerabile e disposto a fare tutto ciò che gli altri gli chiedono di fare.

Il medico che si rifugia nel “sistema“, che perde il suo compito, che perde il suo significato e la sua dignità perde inevitabilmente anche la sua responsabilità (la medicina difensiva costa 11 miliardi all’anno).

Giorgio Bordin scrive: “Oggi siamo paralizzati in una medicina difensiva dalla paura della ritorsione e fondamentalmente siamo disinteressati al bene del nostro malato. Così stiamo indietro non solo dall’azzardo operativo ma anche dall’uso del nostro cervello, dall’implicazione del nostro io, del nostro coraggio e del nostro valore, e i primi a perderci siamo noi.

Detto questo, è facile comprendere il fenomeno sempre più diffuso e preoccupante del burn-out e della conseguente grande ondata di fuga dalla sanità, se il medico perde il significato del suo lavoro, perde la sua dignità e la sua responsabilità allora non riesce nemmeno a sentire più la sua unicità, quel qualcosa che lo rende insostituibile.

Victor Frank scriveva: Essa [l’arte medica] offre a colui che la esercita continue occasioni per realizzare la propria personale singolarità. Infatti è quella parte del lavoro medico che supera l’ambito prettamente tecnico, la parte cioè personale, a dare significato al lavoro terapeutico e renderlo insostituibile.

Come ritrovare il significato della professione medica?

Oggi è diffusa l’opinione che studiare il metodo clinico sia sostanzialmente superfluo perché i progressi della medicina sono stati tali da chiarire la diagnosi con la forza delle indagini strumentali e di laboratorio, e che gli esercizi logici andavano bene al tempo del famoso Augusto Murri, grande clinico di inizio novecento… Come si pongono le domande è il campo del metodo clinico. Cluadio Rugarli

  • Clinica, dal greco κλινική (τέχνη), l’arte di curare il malato (colui che sta a letto).
  • Metodo, dal greco μέϑοδος, μετα = attraverso e ὁδός = via, cammino.

La medicina odierna si sta riempiendo sempre di più di linee guida, note AIFA, decreti regionali sull’appropriatezza prescrittiva, con la sensazione di avere di fronte dei modelli di lavoro sempre più astratti e impersonali.

Ammiriamo e ricerchiamo sempre di più la medicina personalizzata, la cura sartoriale, cucita sul paziente perché ogni paziente è unico e originale ma al tempo stesso ci si impegna per un’attività clinica standardizzata, misurata in numero di prestazioni erogate, in quantità di accessi giornalieri, in quantità di interventi eseguiti in un anno, in quantità di confezioni di farmaci prescritti ogni mese.

L’arte medica non è solo un fare meccanicamente ma è anche e soprattutto un essere noi stessi. E’ importante che l’azione dia ragione del significato e che il significato permetta l’azione. Nel sistema attuale purtroppo il valore del medico è misurato solo nel fare, così l’azione schiaccia il significato, la misura dell’efficienza dissolve la dignità dell’essere.

Si pretende di (ri)dare umanità al malato togliendola al curante.

Per poter cucire un abito su misura c’è bisogno che il sarto possa mettersi all’opera con creatività e immaginazione per poter dare originalità all’abito e nuovo valore alla persona che lo indossa, ricercando quello che l’epistemologia definisce il momento euristico dell’artigiano, ovvero il momento della scoperta, dell’immaginazione, della creatività, del sorgere sorprendente di un’idea incerta che costituisce una nuova ipotesi di lavoro, il famoso Eureka! di Archimede.

C’è bisogno di un’analisi esistenziale della professione medica che si può tradurre in ricerca del metodo clinico. Rifocalizzare l’attenzione sulla natura del nostro mestiere per impedire che la crisi del sistema sanitario diventi la crisi del medico. Questo sia per il bene del paziente perché impedisce la riduzione del malato alla sua malattia, sia per il bene dello stesso professionista che può (ri)dare significato e dignità al proprio lavoro.

Le grandi dimissioni

Francesca Coin, 2023

… Le grandi dimissioni possono essere considerata un laboratorio antropologico che nasce all’interno di una specie di crisi esistenziale

…se allora si diceva “lavorare meno, lavorare tutti”, adesso la tendenza è quella di far lavorare pochi sino allo sfinimento, mentre altri rimangono disoccupati e l’obiettivo del pieno impiego viene a mano a mano abbandonato, in modo tale da ridurre il costo del lavoro

… l’aspettativa che cadano tutte le barriere tra lavoro e vita privata, che le persone siano disponibili ventiquattrore al giorno e che considerino il lavoro come una passione, un hobby, e una priorità affettiva pari alla necessità di trascorrere del tempo con i cari

…La parola “tradimento” con cui parte del personale sanitario medico e sociosanitario descrive la propria esperienza di lavoro durante l’emergenza Covid

… Per Noreen Malone le grandi dimissioni scandiscono l’ingresso nell’era dell’antiambizione, quel processo che induce le persone a rapportarsi al lavoro come un semplice lavoro, uno stipendio per pagare le bollette. non un identità